il giardino dei ciliegi, giovedì 15 giugno ore 21.30 in Piazza Zanella


Il giardino dei ciliegi, rappresentato nel gennaio del 1904, fu l’ultima fatica di A. Cechov.
Vi aspettiamo giovedì 15 giugno 2017 alle 21:30 in piazza G.Zanella!

Il giardino dei ciliegi, rappresentato nel gennaio del 1904, fu l’ultima fatica di A. Cechov. Lo scrittore, minato nel fisico da una ingravescente tubercolosi, riuscì a stento ad assistere alla prima del suo lavoro. Ne prese perfino le distanze, perché la commedia, che avrebbe dovuto dipanarsi in modo allegro, fu in realtà letta dal regista con accenti drammatici. Da allora le varie rappresentazioni difficilmente evitarono la percezione di un mondo in fase terminale. La vecchia nobiltà, rappresentata da Liuba e Gaiev, spesso inoperosa e avulsa dal contesto sociale, aveva proseguito sulla propria strada come nulla fosse successo, sorridendo a una inarrestabile decadenza, che ritenevano invece impossibile. La vita doveva procedere come sempre. Si discuteva svogliatamente, tra una festa, un biliardo e una cambiale, dei provvedimenti
che, da qualche decennio, avevano eliminato la servitù della gleba, ma senza valutarne la portata. Proprio quel mondo invece, storicamente oppresso, doveva prendersi una formidabile rivincita sul passato, al punto da sovvertire l’ordine costituito. Era l’ascesa della borghesia, con un certo ritardo in Russia. Eppure, in questo contesto di arrembanti parvenu, si intravvede una dirompente classe sociale, insoddisfatta dei precedenti e degli attuali padroni. Essa abbraccia dapprima controverse dottrine, relegate per lo più in ambito studentesco, Trofimov, e intraprende poi un sentiero premonitore della rivoluzione di ottobre.
Il clima in cui si colloca questa interpretazione non ignora le tensioni espansionistiche del Giappone, che proprio in quell’anno avrebbe messo in ginocchio l’esercito dello zar in Manciuria. Il concreto astro emergente della borghesia, Lopachin, coglie il momento propizio per arricchirsi ed espandere la proprietà. E’ lui il personaggio centrale, il perno su cui ruotano le scene e che non a caso raccoglie le chiavi del regno. Anche la musica, che spesso sostiene il testo, al punto che nell’originale sarebbe prevista la partecipazione di una orchestrina ebraica da camera, risente dello scontro generazionale e
sociale. A questa formazione è affidato un tema sefardita, immaginando che la diaspora avesse portato gli esuli fino alla Russia meridionale, miscelandosi con la più numerosa comunità askenazita. A volte pesca nel variopinto mondo della canzone popolare, talora antica e legata al fiume che attraversa la
proprietà e in cui annega il figlioletto della protagonista (“Volga, Volga”, “Stenka Razin” ). O, addirittura, si rivolge a melodie pregne di accenti religiosi, limitrofi alla liturgia ortodossa (“Campane della sera”, in cui la voce strabiliante e particolare del basso copre quattro ottave). Alla fine si innesta la musica classica russa contemporanea, come il valzer “Sulle colline della Manciuria” di Shatrov. Qui si consumò, proprio all’epoca della commedia, la tragedia dell’esercito zarista contro il Giappone. Ma questo sapore di disinvolto ancheggiare, pur nel disfacimento generale, è maggiormente avvertito nelle note di un altro
valzer: quello di Shostakovich (dalla “Suite per orchestra di varietà, valzer n° 2” ), posteriore al lavoro di Cechov (Shostakovich non era ancora nato). Se questo è il dramma conflittuale di generazioni che si accavallano, non si può ignorare l’intreccio sentimentale che, paradossalmente, soverchia ogni problema. Amori vietati, amori sognati, amori falliti, amori incompresi e amori in boccio che osservano, attoniti, una realtà apparentemente eterna: il celebre giardino dei ciliegi. I petali bianchi assistono altrettanto impotenti e gelati, quasi vittime, alle vicende umane e alla prova dei sentimenti. Alla fine il
grido delle piante abbattute si somma a quello di una società sconvolta, che ben presto, come si evince dai profetici accenti di Cechov, dovrà guardarsi allo specchio. Sopravvaluterà le proprie forze e si infilerà nella carneficina della prima guerra mondiale. Lenin, con la rivoluzione d’ottobre, stenderà infine un macabro sudario sulla vecchia Russia.

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